Dalle radici analogiche agli strumenti di oggi

La musica cambia. La passione no.
Ho iniziato a fare musica molti anni fa, quando il mondo della produzione musicale era completamente diverso da quello che conosciamo oggi. Il vinile era ancora parte integrante della cultura musicale. CD e cassette erano formati reali, fisici, tangibili. In studio c’erano mixer, macchine hardware, sintetizzatori, drum machine, nastri, strumenti e musicisti.
Ogni decisione aveva un costo e ogni registrazione richiedeva tempo, preparazione e attenzione. Ho vissuto personalmente il passaggio da quel mondo a quello digitale: dai dischi in vinile ai primi strumenti elettronici, dall’Atari 1040ST ai primi sequencer, da Emagic a Logic, fino ad arrivare progressivamente a sistemi sempre più potenti e accessibili. Quello che è cambiato non è soltanto il modo in cui facciamo musica.
È cambiato il mondo intorno alla musica.
Un mercato completamente diverso
Per decenni la musica è stata anche un prodotto fisico, i dischi venivano prodotti, distribuiti e venduti. C’erano i supporti fisici, vinili, CD e cassette, esisteva un mercato nel quale una registrazione aveva un valore economico diretto e nel quale la produzione musicale poteva sostenere studi di registrazione, musicisti, tecnici, compositori e produttori.
Oggi quel modello non rispecchia più la realtà quotidiana della maggior parte dei produttori indipendenti.
La musica viene consumata principalmente attraverso le piattaforme digitali. La distribuzione è diventata molto più semplice, ma allo stesso tempo il valore economico di ogni singolo ascolto è estremamente ridotto.
Per un artista indipendente, produrre musica significa quindi confrontarsi con una domanda difficile:
Come si può continuare a creare musica con lo stesso livello di cura quando le risorse disponibili per produrla diventano sempre più limitate?
Anche lo studio è cambiato
Trent’anni fa, vent’anni fa, persino dieci anni fa, una produzione poteva essere costruita in maniera molto diversa.
Si poteva entrare in studio con un arrangiamento, coinvolgere musicisti, registrare strumenti reali, provare soluzioni diverse e trascorrere molte ore a costruire e perfezionare una produzione.
Oggi, per molti progetti indipendenti, sostenere tutti quei costi semplicemente non è realistico.
Questo non significa che i musicisti siano diventati meno importanti, significa che sta cambiando il modo in cui utilizziamo le loro competenze.
Un musicista può essere coinvolto per una parte fondamentale della produzione, per dare carattere a un brano, registrare uno strumento reale o aggiungere quella particolare espressività che nessuna tecnologia potrà mai sostituire completamente, ma non necessariamente ogni singolo elemento di una produzione deve essere registrato dal vivo.
Ed è proprio qui che entra in gioco la tecnologia.
Se uno strumento può aiutare, perché non usarlo?
È la domanda che mi pongo oggi.
Se posso utilizzare un ritmo generato per costruire una base, perché non farlo?
Se posso sviluppare un’ idea melodica, sperimentare un arrangiamento o utilizzare uno strumento virtuale per trovare una direzione che altrimenti richiederebbe ore di studio, perché non esplorare questa possibilità?
E se una tecnologia può permettere a un compositore indipendente di completare una produzione che, per ragioni economiche, altrimenti non potrebbe permettersi di realizzare, perché dovrebbe essere considerata automaticamente una minaccia?
Per me la tecnologia non dovrebbe sostituire la creatività.
Dovrebbe amplificarla.
È la stessa filosofia che ho seguito durante tutto il mio percorso musicale, in fondo quando sono arrivati i sequencer, la musica non è scomparsa.
Quando sono arrivati i computer, i musicisti non sono scomparsi, quando il software ha iniziato a sostituire alcune parti dell’ambiente hardware, la creatività non è scomparsa.
Sono semplicemente cambiate le possibilità a disposizione di chi crea musica.
L’intelligenza artificiale è un altro passo
Oggi ci troviamo davanti a un’altra trasformazione: l’intelligenza artificiale.
È naturale che generi discussioni, dubbi e preoccupazioni. La velocità con cui questi strumenti stanno evolvendo è notevole e molte domande sul futuro della musica sono ancora aperte.
Personalmente, però, non credo abbia senso rifiutare una tecnologia semplicemente perché è nuova.
La domanda che mi interessa è un’altra:
Cosa posso fare con questo strumento che prima non potevo fare?
Se l’intelligenza artificiale mi permette di esplorare un’idea, trovare una particolare texture sonora, costruire un ritmo, sperimentare una direzione melodica o semplicemente superare un ostacolo creativo, allora può diventare parte del mio processo.
Questo non significa permettere a una macchina di decidere quale debba essere la mia musica.
Significa utilizzare un nuovo strumento per arrivare a qualcosa che voglio esprimere.
La tecnologia non è l’autore
Per me questa distinzione è fondamentale, uno strumento può generare un suono, può suggerire una progressione, costruire un ritmo, aiutare a sviluppare un’idea, ma la produzione musicale non è semplicemente la somma dei suoi suoni.
È una scelta.
È sapere cosa mantenere e cosa eliminare.
È capire quando una parte funziona e quando deve essere cambiata.
È costruire un’atmosfera.
È scegliere un groove.
È decidere quando lasciare spazio e quando aggiungere qualcosa.
E soprattutto, significa avere qualcosa da comunicare.
La tecnologia può offrire possibilità.
La direzione, però, deve arrivare dalla persona che crea la musica.
Non tutto deve essere realizzato nello stesso modo
Non credo che il futuro della musica debba essere una scelta tra “tutto umano” e “tutto artificiale”.
Credo invece che ci sarà sempre più spazio per produzioni ibride.
Un pianoforte reale può convivere con un sintetizzatore.
Un batterista può convivere con un ritmo programmato.
Un musicista può registrare la parte più importante di una canzone mentre altri elementi vengono costruiti digitalmente.
Un compositore può utilizzare l’intelligenza artificiale durante la fase di esplorazione e poi trasformare completamente il risultato attraverso le proprie decisioni creative.
La tecnologia non deve necessariamente cancellare ciò che è venuto prima.
Può diventare parte di un nuovo linguaggio.
Dalle radici analogiche al futuro
Forse è proprio questa l’idea che mi ha accompagnato durante tutto il mio percorso.
Ho iniziato con il vinile.
Ho vissuto i mixer, i primi strumenti elettronici, l’Atari 1040ST, i sequencer, Emagic, Logic e tutto ciò che è arrivato dopo.
Ogni volta qualcuno pensava che il nuovo strumento avrebbe cambiato completamente la musica.
Per certi versi aveva ragione.
Ma una cosa non è mai cambiata.
Il bisogno di creare emozione.
Il suono può cambiare.
Il formato può cambiare.
Il software può cambiare.
Il modo di produrre può cambiare.
Persino il mercato può cambiare.
Ma quando una canzone riesce ancora a creare un’atmosfera, comunicare un’emozione o far muovere qualcuno, allora la ragione per cui facciamo musica è ancora la stessa. Non mi interessa utilizzare una tecnologia semplicemente perché è nuova. Mi interessa scoprire cosa può permettermi di fare che prima non potevo fare. Dopo tutti questi anni, è ancora questa curiosità a guidare il mio modo di fare musica.
Dalle radici analogiche agli strumenti digitali e all’intelligenza artificiale
Una prospettiva personale su come è cambiata la produzione musicale e sul perché l’emozione continui a essere ciò che conta.
La tecnologia può offrire possibilità. La direzione, però, deve arrivare dalla persona che crea la musica.
Decenni di radici analogiche che incontrano gli strumenti di oggi, senza perdere l’emozione.
