Quando l’AI diventa una colpa: il paradosso della musica di oggi

AI nella produzione musicale: un conto è generare, un altro è creare
C’è una cosa che sta diventando sempre più difficile, per chi oggi fa musica e utilizza l’AI nella produzione musicale: spiegare come è stata fatta una canzone senza essere immediatamente giudicato.
Usi l’intelligenza artificiale? Bene, hai già perso.
Ma forse il problema è che stiamo mettendo nello stesso contenitore situazioni completamente diverse.
Un conto è generare. Un altro è creare.
Un artista può scrivere una melodia, arrangiare, produrre, registrare, mixare, correggere, scegliere i suoni e poi utilizzare l’AI per una piccola parte del processo. Un tappeto, una texture, una ritmica, un suono che sarebbe costato ore di ricerca oppure l’intervento di un musicista, di un arrangiatore o di uno studio.
Quella parte può essere successivamente tagliata, modificata, processata, inserita dentro un arrangiamento molto più ampio e diventare soltanto un piccolo elemento di un’opera costruita da una persona.
Eppure oggi basta che un sistema rilevi una caratteristica riconducibile all’AI perché quella produzione possa essere guardata con sospetto ed esclusa.
Il problema dei costi
Facciamo un esempio molto semplice, un produttore indipendente vuole realizzare una canzone, non ha una major alle spalle e non ha la possibilità di investire migliaia di euro per una singola produzione.
Non può permettersi un’orchestra, dieci session musician, un sound designer e settimane di produzione. Ha però idee, esperienza (magari trentennale), gusto e qualcosa da dire.
Se una tecnologia gli permette di ridurre alcuni costi e di trasformare un’idea in qualcosa di concreto, perché dovrebbe essere automaticamente considerato meno artista?
Il costo di uno strumento non misura il valore della creatività di chi lo utilizza.
Nella storia della musica è sempre stato così, perché il sintetizzatore non ha ucciso il musicista, il campionatore non ha eliminato il compositore, e il computer non ha cancellato il produttore. La tecnologia ha semplicemente cambiato il modo di lavorare.
Ma oggi arriva il detector
Ed è qui che nasce il paradosso.
I sistemi di rilevamento dell’AI non possono vedere la tua sessione DAW.
Non sanno quante ore hai passato davanti al computer, non vedono le tracce che hai registrato, non conoscono le modifiche che hai fatto, non sanno quante volte hai riscritto un arrangiamento.
Analizzano l’audio e cercano caratteristiche statistiche associate alla generazione artificiale. La ricerca scientifica sta infatti evidenziando quanto sia complesso distinguere in modo affidabile musica umana, musica generata e musica ibrida, e allora può accadere una cosa assurda:
un produttore che ha investito tempo, denaro e creatività può essere messo nello stesso calderone di chi genera centinaia di brani automaticamente e li carica online senza praticamente intervenire.
Sono due fenomeni completamente diversi.
Il vero problema non è l’AI
Il problema è l’assenza di una distinzione.
Dovremmo distinguere almeno tra:
Musica interamente generata dall’AI
e
Musica creata da un essere umano con l’utilizzo di strumenti AI.
Non è la stessa cosa e soprattutto non dovrebbe esserlo dal punto di vista della valutazione artistica. Anche le istituzioni che stanno affrontando il tema della tutela del diritto d’autore stanno cercando di distinguere l’AI come strumento di assistenza dalla sostituzione della creatività umana.
Alla fine conta ancora una cosa
Una macchina può generare un suono, può generare mille suoni e può persino generare una canzone, ma la scelta di cosa tenere, cosa eliminare, come arrangiare, come raccontare qualcosa e perché farlo resta una questione creativa.
Forse dovremmo smettere di chiederci soltanto:
“Quanta AI c’è in questa musica?”
E iniziare a chiederci:
“Quanto c’è dell’artista dentro questa musica?”
Perché utilizzare uno strumento per riuscire a produrre ciò che altrimenti non potresti permetterti non significa necessariamente aver smesso di essere un artista. A volte significa semplicemente che stai cercando un modo per continuare a fare musica.
E oggi, per molti musicisti indipendenti, non è affatto una differenza da poco.
